venerdì 31 marzo 2017

"REPULSION": IL PRIMO ATTO DELLA TRILOGIA DELL'APPARTAMENTO

«La follia fa paura perché sapete che voi arrivate a voi stessi»
-Cit. Roman Polansky-     
           
Amanti che la violentano.
Mani che fuoriescono da crepe nei muri, pronte a toccarla ed a ledere la sua innocenza.
Il soffitto che prende vita e minaccia di schiacciare tutto.
Un thriller/horror psicotico, ossessivo e claustrofobico.
Mettiamo subito i puntini sulle i, "Repulsion" (1965) di Roman Polanski, è un punto esclamativo nella settima arte, opera sublime che interagisce con i sensi e la psiche dello spettatore.
Ma andiamo per gradi e presentiamo la terza opera del regista francese.
"Repulsion", assieme ad altri due capolavori, "Rosemary's baby" (1968) e "L'inquilino del terzo piano" (1976), compone la Trilogia dell'appartamento, un trittico in cui Polanski mette in scena la paura che sorge da ciò che dovrebbe essere più rassicurante ed intimo: le mura domestiche; gli spazi chiusi collassano sui protagonisti divenendo una manifestazione dell'ignoto, spezzano l'identità personale ed innestano un climax di ansie e paure dal quale è preclusa ogni fuga.
Ma scendiamo nel dettaglio ed iniziamo come sempre dalla trama.
Carol (interpretata da Catherine Deneuve), è una giovane belga che vive a Londra, dove lavora in un salone di bellezza frequentato dalla borghesia inglese. Vive con la sorella, Helene (interpretata da Yvonne Furneaux) legata sentimentalmente con un uomo già sposato che la mantiene economicamente. Carol è tutta casa e lavoro, una vita ordinaria e monotona che lascia trasparire alcuni elementi oscuri della sua psiche: una repulsione verso tutto ciò che richiama alla sessualità ed un attaccamento, ai limiti del morboso, verso la sorella, senza la quale sembra impossibile anche respirare. 
A rompere la bolla che la protegge dai pericoli della vita mondana, giunge il tradimento di Helene che abbandona Carol, negandole dapprima una cena e partendo poi per un breve viaggio con il compagno/amante.
"Repulsion"  è separato in due blocchi. 
Nel primo è protagonista lo sguardo formidabile di Polanski che alterna la telecamera a mano, con cui pedina Carol, ad immagini lontane e statiche che la osservano da lontano; si gioca tutto su un iperrealismo carico di pathos: si annuncia l'arrivo di qualcosa di terribile.
Dall'oggettivo si passa allo sguardo di Carol.
La vita si ferma e non resta che l'isolamento perché tutto si fa liquido ed è pronto a ledere la vita, un viaggio, tra le ambiguità della psiche, fatto di simboli e scene evocative che si imprimono indelebilmente nella mente della spettatore. E quando ci si ritrova dinnanzi ad opere come questa non resta che guardarle e rimanere intricati nel suo incanto.

Habemus Judicium:
Ismail

2 commenti:

  1. Davvero un bel post complimenti... Andrò a rivedermi questa chicca del cinema che fino ad ora mi era sconosciuta..mi hai incuriosito!! P. S. Sei bravo ma Bob Harris rimane il migliore!

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  2. Grazie, non si può che essere felici per aver destato la curiosità ad un lettore.
    Per quanto riguarda il caro Bob...beh...lui è più bravo e preparato di me in campo cinematografico, ma al momento mi tocca, sempre con un pizzico di umiltà, supplire la sua assenza e parlare della settima arte.

    Ismael

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