giovedì 28 settembre 2017

"ARRIVAL" (2016) DI DENIS VILLENEUVE

Dopo una serie di attacchi incrociati da alcuni oppositori golpisti, tra i quali alcuni insospettabili fedelissimi, per motivi che non vi devono interessare, sono costretto a scendere in prima linea e scrivere un piccolo contributo su l'unico film di Villeneuve che annovero tra le mie visioni.
"Arrival" è il trampolino di lancio del regista canadese nel mondo del mainstream hollywoodiano.
Un film di fantascienza dalla trama convenzionale che riprende l'interessante teoria di Sapir-Whorf riguardo la possibilità del linguaggio di modificare lo spazio/tempo. Questo linguaggio nel film è a noi sconosciuto e ce lo portano gli alieni venuti con l'astronave monolitica nera, parcheggiata ovviamente negli States.
La prima parte del film è ben costruita e crea un notevole mistero e curiosità sulla presenza aliena. L'approccio scientifico non viene mai meno ed anzi è posto al centro del film, dando enfasi alla narrazione nel concitato tentativo, espresso dalla protagonista, di giungere a una scoperta rivoluzionaria.
Le immagini di Villeneuve sono di rara bellezza, tante sequenze dal grande impatto visivo. Poi la fotografia satinata crea giochi di luce meravigliosi. Per riassumere non si può davvero dire nulla sul gusto estetico del regista.
Peccato che dalla seconda metà in poi il film perda ritmo, si contorce in ellissi temporali e conseguenti narrazioni fuori campo riassuntive e sbrigativi che spezzano la visione. 
Ma soprattutto butta alle ortiche il potenziale e prezioso approccio scientifico del film, creando un pippozzo infinito di scene stile new age, che sfociano nel melenso e nel dramma in modo abbastanza fastidioso. Alla fine si ha la sensazione che tutto ruoti attorno al canonico dramma hollywoodiano, parecchio insistito e con mano pesante nella sua rappresentazione.
La regia di Villeneuve esprime un grande talento, che, però, in questo film si rivela solo sul piano visivo, piegando invece gli interessanti risvolti scientifici a una trama dozzinale
Perciò il mappazzone sentimentale stile pubblicità della kodak rimanda a settembre l'esame di Villeneuve alla regia di un blockbuster.

Habemus Judicium:

Bob Harris

2 commenti:

  1. Chapeau! Approdo per caso oggi a questa recensione. È la prima volta che sento/leggo q.no citare Sapir Whorf in relazione ad Arrival.All'uscita del film (che per me fu un netto NO!) ho parlato e scritto invano sulla debolezza che il film condivide (pari pari) con il racconto da cui è tratto. Sia l'autore del racconto che Villeneuve (e staff consulente tutto) proprio non si son dati la pena di studiare anche pochino pochino cosa cavolo sia quest' ipotesi di sapir whorf che , assieme al principio di Fermat sulla rifrazione della luce, incardina il senso della presenza degli alieni e il loro scopo. Del quale non si capisce un' acca nel film altrimenti nessuno andava a vederlo. Perchè il racconto è una vera boiata. Detto per inciso la teoria linguistica di sapir whorf (che sta alla linguistica come l'alchimia sta alla chimica) é un assioma pre-scientifico che ipotizza la possibilità del linguaggio di determinare la sfera di significati (ergo la cultura) dell'essere umano (non lo spazio-tempo). Cavolata pre-chomskiana . Poichè è vero l'esatto contrario. Nel racconto come nel film il linguaggio alieno modifica addirittura la biochimica del cervello della protagonista ! Insopportabile da digerire , specie per me (ho studiato abbastanza linguistica da soffrire a sentire/vedere cavolate del genere).
    Cmq. complimenti a voi per avere almeno citato il cardine centrale sul quale ruota il film! Mi consola , è la prima volta che leggo/sento q.no che si sia dato la pena di capire q.sa di q.sto film. Poi che sia visivamente bello, non discuto. Che sia piaciuto o non piaciuto è opinione personale e lecita.
    Ciao! Bravi come sempre!

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    1. Bellissima disamina scientifica Patrizia. Questo non può che arricchire il nostro post e nobilitarlo.

      Bob Harris

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