lunedì 22 gennaio 2018

"LA SPOSA SIBERIANA. LE VENDICATRICI: KSENIA" (2013) DI MASSIMO CARLOTTO E MARCO VIDETTA

«Prendere le bestie coi lacci e accerchiare coi cani ampie radure per seguirne le tracce»
-Seneca"De Vita Beata"-

Sullo sfondo una Roma fatta di cravattari e piccoli commercianti con l'acqua alla gola, un regno corruttivo che trasuda criminalità e figure marginali.
Qui, in fuga da povertà e violenza, si ritrova una giovane ed ingenua siberiana, Ksenia. E' giunta per sposare un bel 40enne in carriera, un uomo dai tratti gentili che ha visto solamente in fotografia. Il suo tramite è Lello Pittalis, tipo distinto dai capelli lunghi e ben pettinati, che ha fatto le sue fortune con un'agenzia matrimoniale per cuori solitari. Ma ad attendere la ragazza ci sarà Antonio, goffo e viscido omuncolo di 60 anni che mantiene uno alto standard di vita in modo tutto suo.
Lontana da casa, in un paese che non conosce e senza più il passaporto, la siberiana si ritrova invischiata in un incubo: la tratta delle spose.
L'idea di un revenge tutto al femminile stuzzica sin dalla lettura della quarta pagina. Ed il progetto è di quelli avventurosi, quattro romanzi editi con Einaudi nel corso dello stesso anno, il 2013, con al centro la vita di quattro donne (Ksenia, Luz, Eva, Sara) che si svincolano da uomini che le vorrebbero trasformare in pedine nelle loro mani.
Dietro c'è una premiata ditta: Massimo Carlotto, il nome per eccellenza del noir italiano, autore di "Arrivederci amore, ciao" [LINK] pietra angolare della letteratura nera italiana; Marco Videtta, sceneggiatore recentemente assurto nel nutrito gruppo di avventurieri del romanzo di genere.
"La sposa siberiana" non potrà assurgere tra i capolavori del genere ma ha molte frecce al suo arco.
Vidotto/Carlotto fanno emergere quei piccoli mostri che scivolano nel silenzio della società che viviamo. E poi, questione tutt'altro che secondaria, questo primo capitolo si legge che una meraviglia. Merito dello stile, un linguaggio asciutto e tagliente, che cala abilmente il lettore nel narrato avvolgendolo in un clima sporco e plumbeo. Merito delle scelta narrativa che cede la scena alle donne liberando il genere dal maschio silenzioso, bello e maledetto. Merito della capacita di costruire e sfumare le zone d'ombra/luce.
Questo primo capitolo intriga/disgusta attraverso passaggi spietati e cinici, simboli di una certa letteratura italiana che sa muoversi nel genere senza incappare in autocompiacimenti, stereotipi e strizzate d'occhio al lettore; non è un caso che le poche sorprese positive portate del nostro cinema vedano il loro punto d'origine in questa letteratura.
Tocca avere coraggio, anche nelle piccole cose, e qui ce n'è.

Habemus Judicium:
Ismail

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