giovedì 18 gennaio 2018

L'ANGOLO DEL CULT #7: "IL CORVO" (1994) DI ALEX PROYAS


"Can't rain all time". Una frase scelta come leitmotiv del film manifesto del movimento dark.
Questo film, come successo per altri nella storia della settima arte, si trascina con sé un alone di  mistero e l'etichetta di film maledetto.
Ciò è dovuto alla morte di Brandon Lee, il protagonista della pellicola nonché figlio di Bruce, stroncato dalla pistola che avrebbe dovuto uccidere solo il suo character. Lasciando stare il pattume delle speculazioni per cui la morte di Lee sia stata voluta dalla Triade cinese per punire il suo rifiuto di lavorare nell'industria cinematografica cinese bla, bla, bla... La teoria più accreditata e confermata è che la pistola era stata caricata a salve per girare la scena della morte del suo personaggio, Eric Draven (Eric the Raven? Ma che bel gioco di parole!) per mano di Fun Boy, interpretato da Michael Masse. Pare che il tamburo contenesse un proiettile inesploso che era rimasto incastrato e che, malauguratamente venne azionato da quello a salve. Risultato: Masse spara, Lee cade a terra. 
Buona la prima, è molto realistica. 
Lee però rimane a terra e tutti pensano a una burla dell'attore, ma dopo un po' risulta chiaro che la situazione è drammatica. Morirà a seguito delle ferite riportate allo stomaco e il suo omicida involontario, Masse, finirà in depressione per anni. 
However, il film viene completato: le poche scene che riguardano Brandon Lee, non ancora girate, vengono ultimate grazie all'ausilio di una controfigura e degli ultimi ritrovati della CGI, che all'epoca permetteva già di manipolare digitalmente un volto. Qui si chiude il mistero de Il Corvo.
Parlando del film, il regista dell'adattamento dell'omonimo fumetto è Alex Proyas, onesto mestierante senza arte né parte, che nella sua carriera ha girato poco e spesso male. 
Qui tra sovrimpressioni, fermi immagine e rallenty eterni si appesantisce la pellicola. Rimangono le scene d'azione sono girate davvero bene e coinvolgono emotivamente.
Il film è  assistito da una colonna sonora leggendaria, unisce il rock di pezzi come Burn dei Cure o Dead Souls rifatta dai Nine Inch Nails, Violent Femmes, Rage Against the Machine, Jesus and Mary Chain, Pantera, al sacrale e funebre canto delle musiche di Graeme Revell.
Rispetto al nichilismo soffocante del fumetto di James O'Barr, il film risulta essere abbastanza agli antipodi. Se per O'Barr, Draven era un freak pazzo e sadico almeno quanto i suoi assassini, quello di Proyas è un gran bel moralista che si incazza se fumi e se, anche solo, brindi con lo spumante. 
Perciò un po' di disagio lo spettatore lo prova nel vedere questa maschera clown che si aggira lungo la pellicola ammonendo buoni, cattivi e meno cattivi ad adottare un corretto senso civico ed uno stile di vita sano; ma che, dall'altro lato, disegna corvi piantando le siringhe di un tossico sul suo stesso petto, idem con patate con i coltelli del cattivone di turno, per poi raggiungere l'apoteosi in una sequenza davvero ad affetto con protagonista T-Bird (interpretato da David Patrick Kelly. Si proprio lui: "Guerrieeri, giochiamo a fare la guerra?). 
Perciò, oltre a non essere molto coerente, non è molto credibile. 
Il personaggio di Lee è costruito in modo da portare lo spettatore a riconoscersi in esso e da far apparire le sue azioni giuste ed espiatorie e mai efferate. Insomma alimenta quel populismo teso al giustizialismo sommario e al sadismo nascente dall'indignazione collettiva. 
Invece O'Barr lo sapeva che chi compie tali gesta è pazzo tanto quanto un gruppo di spietati criminali e perciò il fumetto, col suo tratto grezzo e quasi trasfigurante, rimane un apice irraggiungibile di lucida e torbida violenza, mista a passione dolorosa e malinconica. 
Viene poi meno l'ambiguità della morte di Eric: nel film esplicitamente risorge dalla tomba, nel fumetto rimane sempre in bilico la possibilità che egli sia o non sia un morto che cammina. Senza dubbio un colpo di genio. 
Per fortuna la produzione si è astenuta dal proporre un personaggio presente nel fumetto, una sorta di cowboy scheletro, The Skull Cowboy; ci hanno provato eh! Ma in fase di montaggio devono aver avuto un lampo di lucidità e si sono astenuti dal buttare dentro un elemento che si sposava bene con l'anarchia del fumetto, ma che avrebbe ridicolizzato il tono epico e serioso del film. 
Per il resto possiamo dire che i personaggi, dai buoni ai cattivi, sono tutti grandemente stereotipati e, specie i villain, risultano essere delle macchiette. Ma si può storcere il naso per una mancanza di realismo, oppure si può assaporare il gusto di tratti stilosi e, sicuramente, molto più fumettosi del fumetto stesso. Noi siamo del secondo partito. 
"Il Corvo" è un cult con i suoi pregi e i suoi difetti, che senz'altro, ha avuto il merito di dettare uno stile poetico/decadente ed allo stesso tempo energico e trasgressivo, che ha fatto tendenza e ha ispirato intere generazioni di adolescenti in rabbia con il mondo.

Habemus Judicium:
Bob Harris

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