lunedì 26 marzo 2018

"DIAZ-DON'T CLEAN UP THIS BLOOD" (2012) DI DANIELE VICARI

«Arrivato al primo piano dell'istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana»
-Michelangelo Fournier-


Corpi martoriati da una furia sadica escono dalla Diaz sulle barelle; alla finzione non resta che lasciare spazio spazio alle immagini di repertorio. Poi le torture della caserma Bolzaneto trasformata in un garage da dittatura argentina. Ed Alma, sfregiata in volto da un manganello, non riesce a sorridere alla visione della madre aldilà delle sbarre di un cancello.
Non c'è niente di nuovo in "Diaz", niente che non sia stato già sviscerato dai media (soprattutto stranieri) o dalle inchieste giudiziarie. Vicari mette in scena un'urgenza, dare un'immagine cinematografica ai dolori di Genova del 2001; un bisogno affiorato da quella sentenza di primo grado che assolveva tutti i vertici di polizia per l'assalto alla Diaz. E lo mette in opera calibrando ottimamente il materiale a disposizione.
Opta per una narrazione corale perché è solo attraverso una molteplicità di sguardi che si possono percepire a pieno le ferite inferte. Ci conduce alla macrosequenza della brutale irruzione nella Diaz, una spirale di sangue e violenza dalla quale non c'è alcuna via di scampo. Si sente il fiato sul collo dei poliziotti che picchiano e l'oppressioni delle pareti pronte a collassare sui corpi inermi.
E' un atto di verità, una furia dalla quale non si deve distogliere lo sguardo affinché si possa comprendere quella disumana normalità. L'assalto doveva e poteva essere reso solo in questo modo, mostrando ciò che è stato senza vie di fuga. Ed alla fine della visione ci si ritrova spaesati, sconvolti e disperati, consapevoli della stupida sete di scenograficità e successo dei piani alti.
Questo è il cinema civile di cui si sente il bisogno, quello che sa rimestare nella merda e nel sangue della cronaca. E da un punto di vista squisitamente cinematografico "Diaz" funziona a meraviglia; un film asciutto e votato all'azione, capace di far rivivere lo spaesamento dei presenti e di creare un eccezionale tensione; due ore in cui il cuore si ficca irrimediabilmente in gola per la spasmodica attesa di uscire dall'incubo.
Ci sono dei difetti è vero. Il coro dei personaggi appare non perfettamente equilibrato; alcuni dialoghi mirano a spiegare; la bottiglia, ottimo elemento narrativo, è davvero bruttina. Ma dando uno sguardo d'insieme all'opera si può tranquillamente soprassedere su tutto ciò.
Un plauso va anche al produttore Procacci, il quale, dopo aver bussato vanamente a Rai Movie e Medusa, ha tirato dritto per la sua strada cercando e trovando partner stranieri. Il David di Donatello per la migliore produzione è meritatissimo. E non è un caso che altri due film del 2012 dalle tematiche spinose, "Acab" e "Romanzo di una strage", abbiano avuto il medesimo destino. Il cinema italiano manca di coraggio, punto.
Non resta che abbracciare ed applaudire Procacci, Vicari e tutta la macchina produttiva, per averci regalato una pellicola coraggiosa che funge da luce su un'urgenza ancora viva.

Habemus Judicium:
Ismail

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